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104desta , al centro, a sinistra. Avevo notato che sulle sedie posizionate in fondo si erano fermati quattro o cinque professori. La loro presenza non mi creava alcun fastidio, anzi era come se non ci fossero. Le parole uscivano dalla mia bocca con facilit%u00e0 e capivo che non venivano vagliate dalla mente. Avevo la percezione che la mia gola fosse il megafono di quella voce interiore che mi aveva condotto in quel luogo, divenuto d%u2019un tratto accogliente e famigliare.Mi accorgevo che il mio parlare, nonostante fosse rivolto a tutti, arrivava ad ogni singolo giovane che mi stava di fronte, come se solo uno fosse presente, tanta era l%u2019attenzione che fisicamente percepivo. Man mano che il tempo passava i loro occhi accompagnavano, fotografando ogni movimento del mio corpo, ogni espressione del mio viso. Solo la mia voce rompeva il silenzio di quella grande sala, silenzio che in alcuni momenti mi dava la sensazione che al di fuori non vi fosse nulla, nonostante centinaia di studenti riempissero di vita quell%u2019 edificio.I minuti scorrevano veloci. Trascorsa un%u2019ora sento il trillo di un campanello. Era l%u2019avviso dell%u2019intervallo. Fermo il mio parlare e invito i ragazzi alla istituzionale prevista sospensione. La risposta, unanime, giunge inaspettata e improvvisa:%u201dSe non le dispiace vorremmo continuare. L%u2019intervallo non ci interessa!%u201d. Percepivo dagli occhi di quei giovani che l%u2019ascolto li aveva completamente presi. Verso il finire della lezione ogni sguardo di quei giovani visi, in cui vedevo il volto di Alessandro, mi seguiva riempiendosi di lacrime. Alcuni ragazzi si sforzavano di non cedere, ma anche loro si commossero e si intenerirono. Quando il campanello annunci%u00f2 la fine delle lezioni, vidi che l%u2019orologio al mio polso segnava le 12 e 40. Le due ore di lezione, che la sera prima mi sembravano infinite, erano volate.Prendevo intanto atto con stupore che quei giovani studenti rimanevano immobili, indifferenti al vocio che riempiva il

